Intitolare una via a G. Almirante?

Alessandria intitolerà una via  all’ex capo fascista Giorgio Almirante, lo hanno deciso i gruppi consiliari di maggioranza del comune di Alessandria  PDL (AN-FI) e LN nella seduta della commissione toponomastica svoltasi nei giorni scorsi.Ero presente ed ho assistito incredulo a quanto stava accadendo, ma la cosa che mi ha sconvolto maggiormente è stato vedere alcuni consiglieri, oggi tra le file del Pdl, con una storia socialista alle spalle che, con un certo  imbarazzo intuibile, avvallavano e votavano, non si sa in cambio di cosa,   la proposta di alcuni convinti ed irriducibili che oggi siedono  tra le fila di An, di intitolare una strada ad un razzista. Mi chiedo cosa conta la storia, la dignità di milioni di uomini, la loro memoria,  rispetto ad un patto di sangue per l’assegnazione di una poltrona  o un affaruccio da continuare a gestire? Nulla, appunto, in una società senza anima che fa del denaro e del successo l’unico metro di misura de i valori e dell’uomo.Ma ripercorriamo la storia per un momento per far ai nostri giovani chi è stato Almirante e cosa ha rappresentato per la nostra nazione: segretario nazionale dal 1947 al 1950 e poi dal 1969 al 1987 del Movimento Sociale Italiano, il partito erede del fascismo e della famigerata Repubblica antipartigiana di Salò.
Inizialmente giornalista al quotidiano fascista Il Tevere, Almirante nel 1938 firmò il Manifesto della razza e dal ’38 al ’42 fu pure segretario di redazione della rivista La difesa della razza. Introdotte anche in Italia, dal fascismo nel ’38, le leggi razziali, Almirante cercò di diffondere quelle tesi razziste provenienti dalla Germania nazista. Ancora nel maggio ’42 scriveva: «Nel nostro operare di italiani, di cittadini, di combattenti, nel nostro credere, obbedire, combattere, noi siamo esclusivamente e gelosamente fascisti. Esclusivamente e gelosamente fascisti siamo nella teoria e nella pratica del razzismo». Mostruosità che egli stesso sconfesserà anni dopo, sostenendo che allora non era possibile pensarla diversamente. L’unica “revisione” di Almirante. Il quale, caduto il fascismo, l’indomani dell’8 settembre ’43 aderisce alla neonata repubblichina fascista di Salò e ne diventa dirigente. Nel quadro della feroce repressione antipartigiana condotta dalle brigate nere di Salò al servizio dell’occupante tedesco, nel maggio ’44 compare un manifesto della Repubblica fascista firmato da Almirante come Capo Gabinetto del Ministro Mezzasoma che annuncia la «fucilazione alla schiena» per «tutti coloro che non si saranno presentati [e] saranno considerati fuorilegge». Almirante, dunque, nel ’44 firma un bando per la fucilazione dei partigiani. Nel dopoguerra fra i fondatori del MSI (Movimento Sociale Italiano), Almirante è sempre dirigente di primo piano di quel partito, ne diventa padre-padrone nel quasi ventennio della sua segreteria dal ’69 all’ ’87, caratterizzandosi per il tentativo di coniugare il “doppiopetto” della “maggioranza silenziosa” anticomunista, delle tradizioni, dell’ordine, e del cambiamento in senso autoritario dell’assetto istituzionale della Repubblica democratica nata dalla Resistenza, con il “santo manganello”, l’azione squadrista, e il legame sotterraneo coi fascisti di mezza Europa. Inequivocabile la fotografia che lo mostra il 16 marzo ’68 all’Università di Roma sorridente con giovani picchiatori neofascisti all’assalto della Facoltà di Giurisprudenza. Diversi anni più tardi è pure accusato di favoreggiamento aggravato nei confronti degli autori, militanti e dirigenti del suo partito, riconosciuti e condannati (dopo vari tentativi di inquinamento delle prove) della strage di Peteano, l’attentato terroristico del ’72 col quale furono fatti saltare in aria tre carabinieri, mentre altri due rimasero gravemente feriti. Anche qui inoppugnabili risultano le prove a suo carico. Evitò la condanna solo grazie all’immunità parlamentare e a un’amnistia per raggiunti limiti d’età.
Fino alla fine, vent’anni fa, Almirante è sempre stato un fascista, mai ha rinnegato il fascismo.

Ecco chi è quell’uomo a cui si vuole intitolare una strada della nostra città, e celebrare chi fu dalla parte di un regime autoritario e sanguinario che portò l’Italia alla tragica esperienza della guerra, che uccise e perseguitò i tanti che contro quel regime e quella guerra lottarono per donarci la repubblica, la democrazia e la costituzione. Ha contribuito in prima persona a quella persecuzione antiebraica che è stato “il male assoluto”, come ha riconosciuto anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini. 
Non sono questi gli esempi che possiamo trasmettere alle nuove generazioni, quindi quello che chiedo al Sindaco di mantenere il suo impegno ad essere il “sindaco di tutti” attento e garante del tessuto democratico della città; se così non fosse si costituisca da ubito un “Comitato di Mobilitazione” tra  tutte le forse antifasciste, democratiche. Non perdiamo tempo, Alessandria non merita questo.
Vincenzo COSTANTINOANTIFASCISTA – COMPONENTE DIRETTIVO ANPI

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